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San Nicola

Tra il 1925 e il 1930 si diede inizio ai lavori di ripristino del primitivo stile romanico-pugliese, con un radicale intervento di restauro ed il conseguente abbattimento di tutte le sovrastrutture barocche. La stagione dei grandi restauri si completò il 7 maggio 1957 quando, terminati i lavori di restauro anche nella cripta, si procedette alla riposizione delle ossa del santo nella tomba.Descrizione: Le ossa del santo trasudano un liquido trasparente chiamato la Santa manna. Tale liquido viene raccolto annualmente dalla tomba del santo il 9 maggio, anniversario della traslazione, dopo la liturgia pontificale. La devozione popolare attribuisce poteri taumaturgici alla Santa manna, che per questo motivo viene diluita in acqua e distribuita agli infermi ed alle gestanti per essere bevuta o aspersa sul loro corpo. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1953, una speciale commissione nominata da papa Pio XII procedette alla ricognizione canonica del corpo del Santo. Le ossa, deposte in un’urna ed esposte alla venerazione dei fedeli, furono spesso viste imperlate di manna. Il giorno 7 maggio 1957, quando le ossa furono riposte, il panno dell’urna che le conteneva fu trovato bagnato e marcito. La manna trasudava dalle ossa di San Nicola già nella tomba a Myra: secondo il racconto delle fonti, quando i marinai baresi si recarono per trafugare le reliquie, i monaci, credendoli pellegrini, mostrarono loro i fori della tomba dai quali erano soliti prelevare il sacro liquido. Nel racconto del trafugamento ci si sofferma a descrivere l’abilità di uno dei marinai nel recuperare le ossa di San Nicola immerse nel sacro liquido. Entrata in uso: nell’anno 1087 Reliquia: Ossa, Altri liquidi Luogo: Altro Descrizione: La statua lignea di San Nicola raffigura l’immagine sacra del patrono di Bari famosa in tutto il mondo. Si tratta di un manichino vestito da processione. Di particolare pregevolezza artistica la resa del volto, dal forte accento naturalistico; intensa la carica espressiva dello sguardo e la resa espressionistica della barba al vento, che sembra muoversi alle parole del santo. In occasione di recenti restauri effettuati nel 1970, è emersa sul petto del Santo, al di sotto dello scollo, una iscrizione autografa dell’artista Giovanni Corsi Fec. AN. 1794 : Abita al vicolo dell’Arcivescovado n. 2. Si tratta di un artista della scuola del famoso scultore napoletano Giacomo Colombo, del quale, fino al momento della scoperta dell’iscrizione, non si sapeva nulla; tuttavia, dal momento che gli fu commissionata la statua, si può dedurre che si trattasse di un artista conosciuto e apprezzato. La specifica del luogo in cui abitava, del tutto insolita nella firma, fa supporre che egli abitasse momentaneamente a Bari o che non volesse essere confuso con un omonimo. Entrata in uso: nell’anno 1794 Immagine: Statua
Note sulla raccolta: La raccolta comprende ex voto a partire dal XVII secolo fino al XX ed è attualmente ubicata in parte presso la sacrestia della basilica, in parte nel cosiddetto Tesoro di S. Nicola. Tipologia degli ex voto: Tavolette o lamine con iscrizioni, Tavolette dipinte, Oggetti di oreficeria, Figurine antropomorfiche, Protesi vere o rappresentate, Oggetti vari Conservazione attuale: Presso la sacrestia della basilica e nel cosiddetto Tesoro di S. Nicola. L’istituzione del Tesoro di san Nicola, avvenne nel 1296, ad opera di Carlo II d’Angiò, uno tra i principali benefattori nella plurisecolare storia della Basilica. Il Tesoro raccolse doni preziosi, d’oro e d’argento, che pellegrini di ogni condizione sociale donavano al santuario nicolaiano, raggiungendo un elevato grado di ricchezza; di conseguenza la carica di Tesoriere, custode, responsabile e amministratore di tante ricchezze, assumeva un prestigio e un’importanza senza precedenti, talvolta superiori anche a quella di Priore. Il primo Tesoriere fu Pietro di Argiriac, personalità dalle notevoli capacità, che godeva di grande stima presso il re. A partire da quest’epoca furono redatti precisi inventari attraverso i quali possiamo risalire alle ingenti proprietà della basilica. Purtroppo, il Tesoro di San Nicola, proprio per la sua ricchezza, è stato oggetto di spoliazioni continue e dissennate nel corso dei secoli, soprattutto da parte dei re di Napoli (che vi attinsero frequentemente nei momenti di necessità), fino alla spoliazione del 1799 ad opera dei Francesi. Rinvio a pubblicazioni o descrizioni a stampa: A.M. Tripputi, Le tavolette votive, in AA.VV., Conoscere la città, Bari, Edipuglia, 1981, pp. 92-93; F. L. Bibbo – G. Cioffari – G. Dotoli. V. A. Melchiorre – L. Munafò – A. Saponara, Gli Argenti del Tesoro di San Nicola, Schena Editore, Fasano 1987; G. Cioffari, Reliquie e reliquiari del Tesoro della Basilica di S. Nicola nella storia, Centro Studi Nicolaiani, Mario Adda Editore, Bari 1989.
Cfr. A. Beatillo, Historia di S. Niccolò (1620).
Nel 1087 le reliquie di San Nicola furono trafugate da Myra (Turchia) a Bari da 62 marinai. Secondo il racconto delle fonti coeve all’avvenimento (Niceforo e Giovanni Arcidiacono), l’arrivo delle reliquie a Bari, il 9 maggio 1087, aveva suscitato violenti contrasti: da una parte, infatti, l’arcivescovo Ursone e il clero della Cattedrale volevano che le reliquie fossero collocate in Cattedrale; dall’altra, i protagonisti dell’impresa e il popolo pretendevano che fosse costruita una nuova chiesa per custodire le sacre reliquie. I contrasti sfociarono in uno scontro armato tra le due fazioni provocando alcuni morti e numerosi feriti. In questo frangente un’importante opera di mediazione fu svolta da Elia, abate del monastero di San Benedetto, futuro arcivescovo di Bari, successore di Ursone. Egli, salito sulla nave dove erano conservate le reliquie, ne assunse la custodia e propose che esse fossero momentaneamente spostate nel monastero di San Benedetto, in attesa che il popolo e l’arcivescovo raggiungessero un accordo. Le reliquie furono quindi sbarcate dalla nave e, tra ali di folla in festa, furono portate dapprima nella chiesa di San Benedetto e, dopo due giorni, con una solenne processione, nella chiesa di Sant’Eustrazio, dove sarebbero rimaste fino all’1 ottobre 1089, data della deposizione delle reliquie nella cripta della erigenda Basilica di San Nicola. L’edificazione della Basilica. L’arcivescovo Ursone chiese al duca Ruggero Borsa il permesso di costruire la nuova chiesa da dedicare al santo nell’area della corte del catapano; nel giugno 1087 ottenne, dallo stesso duca, l’autorizzazione a demolire edifici e chiese, ubicati nella corte del catapano, donati, con un diploma del 7 marzo 1084, dal padre di Ruggero, Roberto il Guiscardo, allo stesso arcivescovo. La direzione dei lavori fu affidata all’abate Elia, il quale si mise subito all’opera e, già l’8 luglio 1087, veniva individuato il terreno più idoneo per costruire le fondamenta della chiesa. La mancanza di fonti in riferimento alle prime fasi di edificazione della basilica non consentono di stabilire se essa sorse sulle strutture del preesistente palazzo del catapano, o se fu costruita ex novo, dopo aver demolito completamente le strutture preesistenti, delle quali fu parzialmente riutilizzato il materiale. Le asimmetrie architettoniche dell’attuale edificio – soprattutto le due torri – sembrano avvalorare la prima ipotesi. Durante le lunghe fasi di edificazione dell’edificio sacro Elia si preoccupò anche di provvedere ad un certo assetto urbanistico degli edifici che circondavano la Basilica: probabilmente il progetto di Elia prevedeva il recupero di tutti quegli edifici che in epoca bizantina, nella corte del catapano, erano adibiti a case degli ufficiali. Elia, a seguito delle cospicue e numerose donazioni dei cittadini e dei nobili, e talvolta permutando e comperando proprietà, contribuì in maniera determinante alla nascita di una vera e propria cittadella nicolaiana, nella quale erano previsti anche luoghi di alloggio e ristoro (l’hospitium di San Nicola) per i numerosissimi pellegrini che, subito dopo l’arrivo delle reliquie del santo, cominciarono a fare sosta nella città di Bari per venerarle. L’ospizio dei pellegrini presso la basilica è menzionato per la prima volta in una donazione datata al maggio del 1101 (Codice Diplomatico Barese n. 34, p. 59). Per leggenda di fondazione intendiamo i riferimenti alla Basilica nicolaiana contenuti nei resoconti della traslazione. Esistono due versioni del racconto della traslazione ad opera di due autori contemporanei all’avvenimento:il monaco benedettino Niceforo, che scrisse la sua opera per volere di un abbiente cittadino di nome Curcorio, e l’arcidiacono Giovanni, autore di un’altra versione della translatio su committenza dell’arcivescovo Ursone (compreso nel Cod. Vat. Lat. 477, fol. 29-38 del XII secolo). Della narrazione di Niceforo esistono tre recensiones: beneventana (perché scoperto nella Biblioteca capitolare di Benevento; codice del XII secolo); vaticana (perché compreso nel Cod. Vat. Lat. 6074 del XII secolo), gerosolimitana (perché nella parte iniziale associa all’anno della traslazione, 1087, il patriarca Anania di Gerusalemme e il papa Gregorio VII). A queste bisogna aggiungere il racconto del monaco Efrem, metropolita di Kiev, nota come Leggenda di Kiev, composta sicuramente dopo il 1089 (si menziona la deposizione delle reliquie nella cripta ad opera di Urbano II). Niceforo clericus, Historia translationis S. Nicolai: recensione vaticana, in N.C. Falconio, Sancti Confessoris Pontificis et celeberrimi Thaumaturgi Nicolai Acta primigenia, Napoli 1751 (ora anche in Nicolaus Studi Storici 12/2, 2001); anche F. Nitti di Vito, La traslazione delle reliquie di san Nicola, in Japigia 8, 1937, pp. 336-356. Recensione beneventana, in N. Putignani, Istoria della vita de’ miracoli e della traslazione del gran taumaturgo S. Niccolò, Napoli 1771, pp. 551-568. Recensione greca, in G. Anrich, Hagios Nikolaos. Der Heilige Nikolaos in der Griechischen Kirche. Texte und Untersuchungen, I, Leipzig-Berlin 1913, pp. 435-439 (trad. it. P.R. Scognamiglio, in Bollettino di S. Nicola 1980, n. 11); Giovanni Arcidiacono, Historia translationis S. Nicolai, in N. Putignani, Vindiciae vitae et gestorum S. Thaumaturgici Nicolai, Diatriba, Napoli 1757, pp. 217-252; anche in Nitti di Vito, La traslazione cit., pp. 357-366. Anonimo russo, in G. Cioffari, La leggenda di Kiev, Bari 1980. Anonimo franco, in Analecta Bollandiana 4, 1885, pp. 169-192. La vicenda della traslazione delle reliquie di san Nicola ha avuto un’eco che si può definire universale: secondo quanto afferma Jones, nessuna traslazione, in tutto il Medioevo – e il Medioevo ne fu ricchissimo – è stata documentata a livello internazionale come quella di Nicola (Jones 1983, p. 81). Strettamente collegato al noto miracolo delle tre fanciulle salvate dalla prostituzione cui San Nicola offrì come dote una borsa d’oro, è la tradizione dei maritaggi: al termine della processione del 7 maggio, vengono sorteggiati i maritaggi, cioé una dote in denaro offerta dal clero nicolaiano alle fanciulle povere e orfane di padre della città vecchia. Durante la stessa funzione liturgica viene sorteggiato il peschereccio che il giorno seguente porterà San Nicola a mare: l’equipaggio riceve uno stendardo e un’immagine del Santo da conservare a protezione della barca. Un’altra tradizione tuttora viva consiste nell’offerta di pane votivo e taralli ai pellegrini che giungono dalle regioni circostanti da parte dei Padri Domenicani. Tale usanza richiama quella antichissima di offrire ai pellegrini un pasto caldo e del pane. Nei Paesi nordici è molto viva la tradizione di Santa Klaus, nome corrotto di Saint Nicholaus. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre tutti i bambini dei paesi dell’Europa centrale (Austria, Svizzera, Germania, Olanda, Belgio Lussemburgo, Francia) aspettano l’arrivo di Santa Klaus, in abiti vescovili, che, sull’asinello carico di doni, accompagnato da un personaggio malvagio pronto a sferzare quanti non si sono comportati bene, porterà loro regali e dolciumi. Tale tradizione, tuttora molto sentita in questi paesi, scaturisce sia dal miracolo delle tre borse d’oro lanciate dalla finestra alle fanciulle povere, sia dai nunmerosi miracoli attribuiti al Santo che collegano San Nicola al mondo dell’infanzia (i tre bambini fatti a pezzi e messi in salamoia da un oste, poi risuscitati da San Nicola; il miracoloso salvataggio di Adeodato). In epoca medievale si diffuse una ricca produzione teatrale, soprattutto francese, inglese e tedesca, che metteva in scena questi episodi della vita del santo. Tutta questa produzione, nota generalmente come Jeux de Saint-Nicholas fu prodotta nelle abbazie – le più famose quelle di Fleury, Einsiedeln, Hildesheim, Winchester – e nelle Università – soprattutto Parigi, Montpellier, Cahors, Eton Cambridge, Salamanca, Bologna Padova, Siena: qui, nel nome di san Nicola, eletto patrono degli studenti, venivano organizzati festeggiamenti e banchetti. Particolarmente suggestivo il Jeu de Saint-Nicholas”, dramma sacro composto da Jean Bodel tra il 1190 e il 1201, che ebbe un grandissimo successo e fu rappresentato nelle piazze delle più importanti città medievali. In questi Paesi l’albero di Natale era l’albero di San Nicola, alla cui cima era legata una piccola scaletta di legno a ricordare l’impresa del santo che si era arrampicato su una scala per calare dalla finestra le tre borse d’oro. La tradizione di San Nicola, esportata in America agli inizi del XIX secolo dai numerosi emigranti italiani ed europei, si trasformò, nel corso del secolo nella tradizione di Santa Klaus:Babbo Natale: lentamente gli attributi iconografici di Saint Nicholaus si trasformarono e ai paramenti del vescovo cristiano si sostituirono quelli noti del Babbo Natale – con stivaloni, giubba e pantaloni rossi bordati di bianco – mentre la sua festa fu spostata dal 6 dicembre al 25 dicembre. Grazie alla sua ubicazione, la Basilica di San Nicola a Bari, città di cerniera tra Oriente e Occidente, costituì, da subito, una tappa quasi obbligatoria per quanti si recavano in Terra Santa e, naturalmente, anche per i Crociati. Mentre era ancora in costruzione la Basilica, Bari, nel 1096 e poi due anni dopo, nel 1098, visse due avvenimenti di grande rilevanza: la partenza della prima crociata e un importante concilio. Dopo il passaggio da Bari di Pier l’Eremita nel 1094, la sua esortazione a bandire la prima crociata fu accolta dal papa Urbano II al concilio di Clermont del Novembre 1095. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1096 giunse a Bari l’esercito crociato, composto, tra gli altri, da: Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia, Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra, Stefano di Blois, e alcuni cavalieri reduci dalla disastrosa spedizione in Ungheria, Drogo di Nestle, Clarambaldo di Dandeuil, Guglielmo il Carpentiere; lo stesso Boemondo d’Altavilla, signore di Bari, abbandonò l’assedio di Amalfi e ritornò a Bari, rispondendo all’appello di Urbano II, per reclutare i migliori cavalieri normanni: Riccardo del Principato, Rainulfo di Salerno, Umfredo di Montescaglioso, il giovane Tancredi. Secondo il resoconto del cronista Fulcherio di Chartres, presente all’avvenimento, tutti i crociati si recarono nella Basilica di San Nicola per confessarsi e ottenere la solenne benedizione prima di imbarcarsi. Dopo le prime perdite, Boemondo e Tancredi, nonostante l’inferiorità numerica, il 3 giugno 1098 riuscirono a conquistare Antiochia e in segno di riconoscimento verso San Nicola inviarono in dono alla Basilica la lussuosa tenda di Kerbogha (non menzionata, tuttavia, nell’inventario del Tesoro della Basilica nel 1313). Diretta conseguenza della Prima crociata fu il concilio che si svolse a Bari nel 1098, che vide riuniti oltre al papa Urbano II, Anselmo d’Aosta, vescovo di Canterbury, esiliato dal re d’Inghilterra, uno dei più grandi filosofi e teologi del tempo, e centottantacinque vescovi d’Oriente e Occidente. La presenza delle reliquie del Santo, venerato tanto in Oriente quanto in Occidente, poteva svolgere un’azione ecumenica tra le due chiese, la cui comunione era stata dolorosamente interrotta dallo scisma del 1054. Nel 1137 venne a Bari il papa Innocenzo II che celebrò nella basilica la festività della Pentecoste. Il rapporto tra San Nicola e la città di Bari diventa così stretto che poco dopo il 1159 Beniamino ben Yonah, un ebreo spagnolo, partito per un viaggio in Palestina, indica la città di Bari con l’espressione Colo (scil. Nicola) di Bari, arrivando a sancire la totale identificazione del Santo con la città; anche alcuni cronisti tedeschi del XII secolo designano Bari come Porto di San Nicola. Un rapporto tutto particolare legò da subito San Nicola ai pellegrini russi: prova ne è anche la compilazione della cosiddetta Leggenda di Kiev a pochissimi anni di distanza dalla traslazione. Da allora i pellegrini russi hanno inserito nei loro itinerari santi Bargrad, cioè la città di Bari, per venerare la tomba di San Nicola. Dopo il fallito tentativo fatto dallo zar Nicola I per ottenere le reliquie del Santo, lo zar Nicola II, nel 1910, approvò il progetto che prevedeva la costruzione a Bari di una chiesa russa dedicata a San Nicola, affidandone il progetto all’architetto Subbotin: la posa della prima pietra avvenne il 9 maggio 1913, festa della traslazione delle reliquie anche in Russia. Come modello fu scelta la chiesa del Salvatore della Trasfigurazione di Novgorod (1378), la cui pianta a croce e cupola centrale a bulbo, rappresenta l’esempio più caratteristico dell’architettura religiosa medievale russa. Bonifacio VIII, sostenendo le iniziative di Carlo II d’Angiò che mirava a recuperare i beni usurpati alle chiese di regio patronato, nel 1296, affinché la Basilica congruis honoribus frequentetur, concesse speciali indulgenze in determinate festività. In occasione dell’ VIII Centenario della dedicazione della basilica (22 giugno 1197) è stata concessa dal papa Giovanni Paolo II l’indulgenza plenaria lucrabile fino al grande Giubileo dell’anno 2000 dai fedeli che visiteranno la basilica, alle solite condizioni. Grazie all’interessamento del prinicipe Boemondo, il vescovo di Bari Eustazio, successore di Elia, riuscì ad ottenere dal pontefice Pasquale II, la bolla che sanciva l’indipendenza della basilica dall’autorità dell’arcivescovo di Bari, ponendola sotto la diretta dipendenza del pontefice (Codice Diplomatico Barese V, n. 44, pp. 79-80; la pergamena della bolla è conservata nell’Archivio della Basilica). Pasquale II, nel documento, ricorda l’evento della traslazione, che quasi tutto il mondo conosce, la deposizione delle reliquie nella cripta e la consacrazione dell’altare ad opera di Urbano II nel 1089, e la richiesta, avanzata già a quell’epoca, di porre la Basilica sotto la tutela della Sede apostolica. Il pontefice si dichiara quindi disponibile, ora che la chiesa è stata ultimata, ad accettare la richiesta del principe Boemondo confermando, come proprietà della chiesa, tutte le offerte e i donativi fatti alla Basilica. Eustazio e dopo di lui i suoi successori avranno facoltà di intervenire per correggere comportamenti abnormi del clero della basilica, ma l’abate non potrà essere scomunicato senza il consenso del pontefice stesso. La bolla è datata al 18 novembre 1106, ma deve intendersi riferita all’anno precedente, 1105, perché fu utilizzata la datazione bizantina, in uso a Bari. Nei secoli successivi si sono susseguiti diversi decreti che ribadivano la dipendenza della Basilica dalla Sede Apostolica. Nel XX secolo, dopo il decreto della Sacra Congregazione Concistoriale del 6 dicembre 1919, che sanciva l’immediata soggezione della Basilica alla Sede Apostolica, il primo maggio 1951 papa Pio XII, con la costituzione apostolica Sacris in aedibus del 5 agosto 1951, ne confermava la soggezione alla Sede Apostolica, attribuendo, in perpetuo, il titolo di gran priore all’arcivescovo pro-tempore di Bari riconoscendo al superiore della comunità religiosa preposta alla basilica tutti i diritti e i privilegi che spettavano al gran priore. Il papa Paolo VI, con la Bolla Basilicae Nicolaitanae dell’11 febbraio 1968, apportò una lieve modifica allo stato giuridico della Basilica: essa, insieme al suo clero, fu dichiarata direttamente soggetta alla Sede Apostolica con dignità di Basilica Pontificia; il titolo di gran priore fu abolito, il superiore della comunità domenicana fu riconosciuto rettore della chiesa e l’arcivescovo di Bari fu nominato delegato pontificio preposto alla Basilica. Nel 1980 la Basilica è passata sotto la tutela della Commissione Cardinalizia per i Santuari Pontifici di Loreto, Pompei e San Nicola di Bari. Papa Pio XII, con la costituzione apostolica Sacris in aedibus del 5 agosto 1951, affidava la cura della Basilica ai Padri Predicatori, inaugurando una nuova fase di splendore per la chiesa nicolaiana. Osserva Melchiorre: Nel confermare la soggezione immediata del santuario alla Sede Apostolica – già sancita dal Decreto della Sacra Congregazione Concistoriale del 6 dicembre 1919 – la nuova costituzione apostolica, concessa dal pontefice Pio XII il primo maggio 1951, attribuì in perpetuo, honoris causa, il titolo di gran priore all’arcivescovo pro-tempore di Bari, riconoscendo insieme, al superiore della comunità religiosa preposta alla Basilica, tutti i diritti, privilegi, facoltà e uffici già spettanti al gran priore. All’arcivescovo fu lasciata facoltà di pontificare solennemente, nella Basilica medesima, in una delle festività più solenni dell’anno, di convocare nella chiesa le adunanze e i congressi diocesani di maggiore importanza, di presiedere il comitato delle feste patronali (Melchiorre in AA.VV., San Nicola di Bari e la sua Basilica, pp. 202-203). L’azione dei Padri Domenicani fu caratterizzata, da subito, da un’intensa attività culturale e pastorale proiettata in una forte dimensione ecumenica (incontri culturali, convegni, settimane di preghiera e di approfondimento). Nel nome di San Nicola, patrimonio comune d’Oriente e d’Occidente, diedero vita a numerose iniziative di riavvicinamento tra cattolici e ortodossi. Il 7 dicembre 1965, a conclusione dei lavori del Concilio Vaticano II, l’arcivescovo di Bari Enrico Nicodemo, fece parte della delegazione romana inviata a Costantinopoli per porre un concreto segno di pace: l’abrogazione delle scomuniche del 1054. Le iniziative concrete, nel difficile cammino dell’avvicinamento e del dialogo, si moltiplicano: nel maggio 1966 viene inaugurata, nella cripta della Basilica, la cappella orientale; nel 1969 viene creato il Centro Ecumenico e, nel 1970, l’Istituto Superiore di Teologia Ecumenica. Per sottolineare la vocazione ecumenica della Basilica di San Nicola e la comune matrice cristiana dell’Europa, il 21 marzo 1981, è stata inaugurata nella cripta la Cappella di Europa, dedicata a San Benedetto, evangelizzatore d’Occidente, e ai Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori d’Oriente, proclamati compatroni d’Europa nel 1984 da papa Giovanni Paolo II. Accanto a questo, una serie di iniziative editoriali di particolare rilevanza: il Bollettino di San Nicola; Nicolaus. Rivista di teologia ecumenico-patristica; O Odigos – La Guida; Quaderni di O Odigos; Nicolaus. Studi storici e la fondazione del Centro di studi nicolaiani. Intorno alla metà del XII secolo, sulla scorta del Capitolo metropolitano della Cattedrale, si costituì il Capitolo reale di san Nicola, attestato per la prima volta in un documento del 1163. Anche se durante tutto il periodo normanno non ricorre mai il termine canonico, si può dedurre che, essendosi costituito il Capitolo, vi fossero dei canonici addetti alla celebrazione della liturgia e alla recita dell’Ufficio. All’epoca di Elia e di Eustazio, definita carismatica, seguì, dopo una fase di transizione, un’epoca di organizzazione gerarchica ecclesiastica. Anche per il capitolo di san Nicola troviamo attestati due primicerii; anche se nella fase iniziale del capitolo di San Nicola non abbiamo attestazioni precise sulle mansioni svolte dal primicerio, è noto che si tratta di un termine tecnico indicante una dignità ecclesiastica caratteristica dei capitoli dei canonici della cattedrale (due primiceri della Cattedrale sono attestati per la prima volta in un documento del 1131: Codice Diplomatico barese I, n. 43, p. 83). In mancanza di notizie certe, si può ipotizzare che a San Nicola il primicerio svolgesse mansioni di amministratore dei beni della chiesa e di maestro dei diaconi e dei suddiaconi. La basilica, quindi, aveva un’organizzazione capitolare analoga a quella della cattedrale, anche se mancava la carica di arcidiacono, carica immediatamente successiva a quella del vescovo. Indicazioni più precise sulla gerarchia interna del capitolo di San Nicola si hanno per la metà del XIII secolo. Dopo il priore, veniva il primicerio, cui seguiva, in ordine d’importanza, in mancanza dell’arcidiacono, il subsacrista, una sorta di supervisore generale che si occupava dell’attività liturgica, della chiusura e apertura della chiesa e persino dell’illuminazione. In epoca sveva è attestasta l’esistenza del dragomanno dei Teutonici, che aveva il compito di preoccuparsi dell’accoglienza dei pellegrini giunti dalla Germania. C’erano poi due cappellani et Thesaurarii, responsabili, cioé, delle offerte o dei lasciti per la celebrazione delle messe; il custode dell’altare della tomba di San Nicola, che oltre a controllare le offerte per la celebrazione delle messe, doveva preoccuparsi di mantenere sempre acceso, di giorno e di notte, il lume sulla tomba del santo. Un ruolo importante svolgeva anche l’addetto alla cera. Era attestata la presenza di iaconelli, cioé dei ragazzi che si avviavano alla carriera ecclesiastica. Accanto a queste cariche ecclesiastiche, grande importanza aveva il sindaco o economo del capitolo, la cui funzione corrispondeva più a quella di un amministratore dei beni del capitolo in rapporto all’esterno, che non a colui che si preoccupava del fabbisogno dei membri del capitolo, funzione, quest’ultima, cui erano preposti i partitores. Proprio per l’abilità e l’esperienza maturate nei rapporti con l’esterno, sempre più frequentemente il sindaco diventava anche procuratore del capitolo, cioé suo rappresentante legale in caso di controversia giuridica o economica. Un altro momento importante nella storia del Capitolo di San Nicola è costituito dal decreto emanato il 20 dicembre 1304 da Carlo II d’Angiò con il quale il re operava una riforma costituzionale del clero nicolaiano, dopo un periodo di contese e dissidi interni. In questo decreto erano affrontate numerose questioni riguardanti, tra l’altro, la composizione del clero, lo stipendio e la distribuzione quotidiana per il clero, la figura del priore e del tesoriere. Elia ed Eustazio, i primi due rettori della Basilica, proveniendo dall’ordine dei Benedettini, conservarono il titolo di abate anche quando assunsero le funzioni del governo della chiesa di San Nicola. Il successore di Eustazio assunse, invece, il titolo di priore, anche se non ci sono pervenuti documenti su questo momento di transizione; il primo priore attestato ufficialmente è Maione nel 1133. E’ presumibile che, subito dopo la morte di Eustazio, tra il 1123 e il 1125, e la prima attestazione dell’esistenza del priorato nel 1133, ci sia stato un decennio di rettorato vacante: il dato sicuro è che il titolo di priore assunto dai rettori della basilica non ebbe poi nulla a che fare con quello omonimo dell’ordine benedettino. Dalle fonti disponibili si può desumere che il clero primitivo della basilica era composto sia da monaci, sia da chierici secolari; i primi prestavano il loro aiuto dal di fuori, i secondi, invece, erano al servizio della Chiesa stabilmente. Tra i chierici secolari vanno distinti i meliores fratres, i quali, probabilmente conducevano un tipo di vita simile a quello dei canonici secolari, e altri chierici, meno collegati alla vita della basilica.

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